15 Novembre 2012

Cass. civ. Sez. II, Sent., 30-10-2012, n. 18662

1. - La sentenza impugnata così riassume la vicenda processuale.
"Con sentenza n. 213 depositata il 21.12.2001 il Tribunale di Velletri, confermando l'ordinanza emessa il 6.2.1999, all'esito della fase sommaria, respingeva il ricorso di reintegrazione nel possesso di un terreno, di proprietà dell'Università Agraria di Nettuno, proposto da Q.A. nei confronti di P.S., C. e P.. Osservava il Tribunale che il ricorrente, il quale aveva trasferito la detenzione del fondo ai resistenti per la coltivazione ricevendo in corrispettivo derrate agricole, non aveva dimostrato, stante il contrasto sul punto delle dichiarazioni rese dagli informatori nella fase sommaria, che i P. avessero abbandonato il fondo nel 1985 e che fosse, in tal modo, venuto meno detto rapporto contrattuale, nè aveva dedotto e dimostrato di averne riacquistato la materiale disponibilità. Al contrario, dalle risultante processuali anche della fase di merito e, in particolare, dalle missive del 24.1.1994 e del 27.7.1994, nonchè dall'atto di citazione in data 11.10.1994 nei confronti del Q., con il quale i P. avevano chiesto al Tribunale di Velletri di dichiarare la risoluzione della concessione del terreno al convenuto per inadempimento dello stesso e il riconoscimento del loro diritto ad affrancarlo, emergeva che i resistenti sin dal 1994 avevano inteso mutare la detenzione qualificata del fondo in possesso esclusivo mediante il compimento di opere e di interventi ben visibili (espianto della vigna e livellamento del terreno), tali da palesare l'avvenuta interversione. Riteneva, pertanto, che, con la recinzione del fondo e l'apposizione del cancello munito di lucchetto avvenute nel 1998, i resistenti non avessero inteso eliminare un potere di fatto, peraltro mai esercitato dal ricorrente, ma solo realizzare una protezione del fondo e delle coltivazioni, da essi impiantate l'anno precedente in sostituzione delle precedenti ormai improduttive".
2. - La Corte di appello di Roma, adita dal Q., accoglieva il gravame, e, per l'effetto, dichiarava che "la chiusura nel fondo della quota parte degli appellati con cancello munito di lucchetto costituisce spoglio ed ordina gli stessi di consegnar appellante la relativa chiave".
La Corte territoriale rivalutava tutto il materiale probatorio e giungeva alla conclusione che gli atti e i documenti valutati dal Tribunale in favore degli appellati non erano affatto indicativi di una trasformazione della detenzione qualificata in possesso esclusivo.
3. - Avverso tale decisione propongono ricorso i signori P. i quali articolano cinque motivi di ricorso. Resiste con controricorso l'intimato Q..

Motivi della decisione

1. I motivi del ricorso.
1.1 - Col primo motivo di ricorso si deduce: "Omessa pronuncia d'inammissibilità del ricorso di reintegrazione nel possesso, proposto oltre un anno dal preteso spoglio - Violazione degli artt. 1168, 1140 c.c. - violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 4 e n. 5".
1.2- Col secondo motivo di ricorso si deduce: "Errore di diritto e vizio di motivazione per stabilire la data dello spoglio - cessazione del contratto agrario al 10 novembre 1993 - Mutamento della situazione di fatto - Mancanza di legittimazione del concedente alla reintegrazione - Violazione degli artt. 1168, 1140 c.c. - violazione della L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 34 - violazione dell'art. 112 cod. proc. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3, 4, 5".
1.3 - Col terzo motivo di ricorso si deduce: "Possesso del terreno dopo il 10 novembre 1993 con continui atti funzionalmente collegati uno all'altro senza reazione fino all'ultimo di essi del 1997 - non era necessaria interversione della detenzione in possesso - decadenza dall'adone di spoglio quale possessore solo animo dopo il 1994 ovvero aprile 1997 - tardività ed inammissibilità del ricorso - violazione degli artt. 1140, 1141 e 1168 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, all'art. 360 cod. proc. civ., n. 4".
1.4 - Col quarto motivo di ricorso si deduce: "Possesso solo animo in presenta di contratto agrario cessato - Non permane legittimazione del concedente all'azione di spoglio - Animus dereliquendi - sussistenza - vizio di motivazione - Violazione della L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 34 - violazione degli artt. 1168, 1140 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3, 5".
1.5 - Col quinto motivo di ricorso si deduce: "interversione della detenzione in possesso - spoglio dei P., nel 1998, ancora detentori del terreno - insussistenza - manca la causa giuridica posta a fondamento della condanna dei P. a consegnare la chiave del lucchetto del cancello - Violazione dell'art. 1141 c.c., in relazione all'art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5".
2. - Il ricorso è inammissibile.
Come esattamente rilevato dal resistente, il ricorso va dichiarato inammissibile, perchè, quanto alla formulazione dei quesiti, non risponde alle prescrizioni contenute nell'art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis (tenuto conto delle sopra indicate date di pronunzia e pubblicazione della sentenza impugnata) per effetto delle disposizioni regolanti il processo di cassazione introdotte dal D.Lgs. n. 40 del 2006. In particolare, l'art. 366 bis c.p.c. (inserito dall'art. 6 del citato D.Lgs.) prevede che nei casi previsti dall'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3, 4, l'illustrazione di ciascun motivo "si deve concludere a pena di inammissibilità con la formulazione di un quesito di diritto" e nel caso di cui al 5 con la "chiara indicazione del fatto controverso".
2.1 - In linea generale deve evidenziarsi che costituisce un dato ormai ampiamente recepito nella giurisprudenza della S.C. che la previsione dell'indispensabilità, a pena di inammissibilità, della individuazione dei quesiti di diritto e dell'enucleazione della chiara indicazione del "fatto controverso" per i vizi di motivazione imposti dal nuovo art. 366 bis cod. proc. civ., secondo una prospettiva volta a riaffermare la cultura del processo di legittimità, risponde all'esigenza di soddisfare l'interesse del ricorrente ad una decisione della controversia diversa da quella cui è pervenuta il provvedimento impugnato, e, nel contempo, con più ampia valenza, di estrapolare, collaborando alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione (costituente l'"asse portante" della legge delega presupposto dal D.Lgs. n. 40 del 2006), il principio di diritto applicabile alla fattispecie. Pertanto, il quesito di diritto integra il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l'enunciazione del principio giuridico generale, risultando altrimenti inadeguata, e quindi inammissibile, l'investitura stessa del giudice di legittimità (in questi termini v., ex multis, S.U. sent. nn. 14385/2007; 22640/2007, 3519/2008, 11535/2008, S.U., n. 26020/2008 e ordinanza, sez. 1, n. 20409/2008).
Quanto ai requisiti ed alle caratteristiche del quesito, che deve necessariamente essere presente nel ricorso con riferimento a ciascun motivo (Cass. SU 2007 n. 36), ulteriormente è stato precisato che il quesito deve essere: a) esplicito (SU 2007 n. 7258; SU 2007 n. 23732;
SU 2008 n. 4646) e non implicito; b) specifico, e cioè riferibile alla fattispecie e non generico (SU 2007 n. 36, SU 2008 n. 6420 e 8466); C) conferente, attinente cioè al decisum impugnato e rilevante rispetto all'impugnazione (SU 2007 n. 14235).
In sintesi il principio di diritto deve consistere in una chiara sintesi logico-giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, formulata in termini tali per cui dalla risposta - negativa od affermativa - che ad esso si dia, discenda in modo univoco l'accoglimento od il rigetto del gravame.
Quanto alla formulazione dei motivi nel caso previsto dall'art. 360 cod. proc. civ., n. 5, la censura di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione deve contenere un momento di sintesi (che svolge l'omologa funzione del quesito di diritto per i motivi di cui ai nn. 1, 2, 3 e 4, art. 360 cod. proc. civ.) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (v. S.U. sent. n. 20603/2007 e, successivamente, le ordinanze della sez. 3 n. 4646/2008 e n. 16558/2008, nonchè le sentenze delle S.U. nn. 25117/2008 e n. 26014/2008). Il relativo requisito deve sostanziarsi in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata. Non soddisfa quindi tale requisito il motivo nel quale sia possibile individuare un determinato fatto controverso, riguardo al quale si assuma omessa, contraddittoria od insufficiente la motivazione, soltanto all'esito della completa lettura della illustrazione e dell'attività di interpretazione svolta dal lettore e non di una specifica indicazione da parte del ricorrente, deputata all'osservanza del requisito del citato art. 366 bis (ord., sez. 3, n. 16002/2007; ord., sez. 3, nn. 4309/2008, 4311/2008 e 8897/2008, cit., nonchè sent. S.U. n. 11652/2008). La appropriata formulazione del motivo richiede, quindi, che l'illustrazione venga corredata da una sintetica esposizione del fatto controverso, degli elementi di prova valutati in modo illogico o illogicamente trascurati, nonchè del percorso logico in base al quale si sarebbe dovuti pervenire, se l'errore non vi fosse stato, ad un accertamento di fatto diverso da quello posto a fondamento della decisione (v., da ultimo, ord., sez. 3, n. 16567/2008).
2.2 - L'impugnazione in esame, pur deducendo nei motivi cui è affidata, violazione e falsa applicazione di norme processuali e sostanziali non contiene la formulazione di alcun quesito di diritto, che deve essere esplicita, non potendosi essa ricavare dal contesto del mezzo di impugnazione (Cass. SU 2007 n. 7258) e ciò anche quando si denunci la violazione dell'art. 112 cod. proc. civ. (vedi Cass. 2011 n. 4146).
2.3 - Parimenti i motivi di ricorso che denunciano vizi di motivazione non presentano la necessaria sintetica esposizione del fatto controverso, degli elementi di prova valutati in modo illogico o illogicamente trascurati, nonchè del percorso logico in base al quale si sarebbe dovuti pervenire, se l'errore non vi fosse stato, ad un accertamento di fatto diverso da quello posto a fondamento della decisione.
In ogni caso, occorre rilevare che i denunciati vizi di motivazione si risolvono in una richiesta, inammissibile in questa sede, di riesame del materiale probatorio, oggetto di analitico, compiuto e coerente esame da parte del giudice dell'impugnazione.
3. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna i ricorrenti in solido alle spese di giudizio, liquidate in 2.700,00 Euro per onorari e Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.



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