15 Novembre 2012

Cass. civ. Sez. II, Sent., 30-10-2012, n. 18661

S.C.M.U., con atto di citazione del 28 giugno 1993 conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Lucera, i coniugi C.G. e P.L. e sostenendo di essere proprietario di un appezzamento di terreno dell'estensione di circa 160 ettari sito in territorio di (OMISSIS), chiedeva la condanna alla restituzione di parte del citato appezzamento di terreno, della dimensione di circa un ettaro, occupato abusivamente dai convenuti.
Si costituivano i convenuti contrastando la domanda proposta e dispiegando domanda riconvenzionale di accertamento del proprio diritto domenicale sul terreno conteso per avvenuta usucapione.
Il Tribunale di Lucera con sentenza n. 447 del 2001, accertata la proprietà dell'attore del terreno in contestazione ordinava ai convenuti il rilascio, dello stesso, entro 120 giorni dal passaggio in giudicato della decisione e compensava integralmente le spese.
Avverso questa sentenza proponevano appello i coniugi C. G. e P.L. rilevando che il Tribunale aveva accolto la domanda di rivendica pur in carenza di un'idonea prova sia relativamente relativamente al fatto che il terreno posseduto dagli appellanti fosse quello preteso dalla controparte, riproponevano, altresì, la domanda di usucapione.
Si costituiva S.C.M.U. contestando in fondatezza del gravame e impugnava in via incidentale la sentenza di primo grado con riferimmo alla fissazione del termine di esecuzione e in ordine alla compensazione delle spese. Chiedeva, altresì, la corresponsione dei frutti conseguenti all'abusiva occupazione del terreno oggetto di causa.
La Corte di Appello di Bari con sentenza n. 1123 del 2005, rigettava l'appello principale, confermando il capo della pronuncia impugnata di accoglimento della domanda di rivendica del S. e in parziale accoglimento dell'appello incidentale, ordinava ai coniugi C.G. e P.L. il rilascio immediato del terreno, oggetto del giudizio. A sostegno di questa decisione la Corte barese, essenzialmente, osservava che: a) il S. a dimostrazione del suo diritto di proprietà sul bene conteso ha prodotto in giudizio la sentenza della Corte di Appello di Ancona che lo aveva riconosciuto proprietario in forza del testamento olografo di C.M.P. precedente proprietario del bene". Per altro, considerato la presunzione di possesso intermedio ed il fatto che l'ultimo possessore può unire al suo, anche il possesso dei suoi precedenti danti causa, era del tutto evidente come fosse abbondantemente maturato il termine ventennale per l'acquisto per usucapione. B) era destituita di fondamento l'ulteriore doglianza secondo cui non ci sarebbe stata la prova della coincidenza del bene di cui il S. affermava di essere proprietario quello posseduto dagli appellanti principali, non solo perchè tale circostanza non era stata contestata in primo grado, ma, soprattutto, perchè quella circostanza era stata ammessa implicitamente dagli stessi appellanti principali, allorchè avevano proposto la loro domanda riconvenzionale, indirizzandola nei confronti del S. e, dunque, riconoscendo che il fondo oggetto della domanda riconvenzionale fosse proprio quello rivendicato dall'attore.
La cassazione della sentenza della Corte barese è stata chiesta dai coniugi C.G. e P.L. con ricorso affidato a due motivi S.C.M.U. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

1.= In via preliminare va esaminata l'eccezione d'inammissibilità del ricorso avanzata da S.C.. Secondo il controricorrente il ricorso presentato dai coniugi C. e P.L. sarebbe inammissibile per tre diversi motivi: a) perchè è stata omessa del tutto l'esposizione dei fatti di causa prevista ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, considerato che i ricorrenti si sarebbero limitati a ritrascrivere la parte della sentenza impugnata ove i fatti di causa non erano stati riportati, b) perchè il ricorso altro non è che una richiesta di riesame del merito, c) talune eccezioni sono state sollevate tardivamente, ovvero per la prima volta con il ricorso di cassazione.
1.1.= L'eccezione non può essere accolta. A) Il disposto dall'art. 366 cod. proc. civ., n. 3, secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere a pena d'inammissibilità l'esposizione sommaria dei fatti di causa, può ritenersi rato quando in esso sia stata trascritta la sentenza impugnata, purchè se ne possa ricavare la cognizione dell'origine e dell'oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle parti. Ora, nel caso, in esame nonostante i fatti del processo siano stati esposti in forma assai tuttavia, quell'esposizione contiene gli elementi essenziali, prescritti dall'art. 366 c.p.c., n. 3. B) Gli altri due profili in cui si articola l'eccezione in oggetto, presuppongono l'esame del motivo, cui bisogna rinviare.
2.= Con il primo motivo C.G. e P.L. lamentano - come da rubrica - l'omessa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia e violazione di legge ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in riferimento alla mancata trascrizione della sentenza della Corte di appello di Ancona, al fatto che si assume che la stessa costituisca il riconoscimento del diritto di proprietà in capo al S. del fondo de quo, nonchè in relazione all'affermazione che il testamento de quo contempli il terreno in questione e che lo stesso sarebbe stato posseduto dal S. per il tempo necessario a compiere l'usucapione in suo favore, nonostante siffatta prova, che il S. aveva chiesto di fornire, sia mancata del tutto, nonchè in relazione all'affermazione secondo cui, dando per scontata la coincidenza tra fondo oggetto della rivendica e fondo posseduto dai C. - P., la probativo diabolica che il S. era tenuto a dare, fosse attenuata dalla spiegata riconvenzionale per usucapione.
Avrebbe errato la Corte barese, secondo i ricorrenti: 1) per aver considerato il S. erede, nonostante le condizioni, costituite dalla assunzione con decreto del cognome e dello stemma del de cuius e del mantenimento delle nipoti dello stesso de cuius, non si fossero realizzate; e "per non aver tenuto conto che:
2) che il S. non aveva dimostrato la proprietà dei beni rivendicati e la coincidenza di questi con quelli in possesso degli odierni ricorrenti. Per altro, la sentenza del 1962 non conteneva la prova della proprietà del fondo da parte del dante causa dell'attore, ma si limitava a dichiarare la qualità di erede dell'attore ed a condannare il detentore di alcuni beni al loro rilascio in favore dell'attore.
3) che la sentenza del 1962 non menzionava, tra i beni ereditari da rilasciare, il fondo rivendicato.
4) che la proposizione della riconvenzionale dell'usucapione non comportava riconoscimento della proprietà.
5) che non vi era prova di un precedente possesso del dante causa, nè egli poteva valersi del possesso intermedio dichiarato illegittimo esercitato da colui il quale venne ordinata la consegna in suo favore.
6) che la identificazione del fondo non poteva evincersi dal precedente giudizio possessorio promosso dall'affittuario la cui domanda era stata rigettata per difetto di legittimazione attiva. Per altro - sostine il ricorrente - nell'ambito di quel giudizio non risulta essere stato effettuato alcun riferimento alle particelle. La Corte di Bari, pertanto, avrebbe male inteso la portata della decisione in oggetto che, al contrario, finiva con il confermare l'esistenza di un possesso in capo al S. riferito ai fondi de quibus nel periodo tra il 1962 e il 1978, insufficiente per il verificarsi dell'usucapione.
7) che le prove testimoniali non provavano il possesso dell'attore e dei suoi danti causa per il tempo necessario all'acquisizione della proprietà.
2.1.= Il motivo è infondato.
a) intanto, l'eccezione relativa ad un'eventuale mancata prova da parte del S. dell'aver assolto gli oneri testamentari è inammissibile perchè è sollevata per la prima volta nel giudizio di cassazione. b) Privi di autosufficienza, e, dunque, inammissibili, sono gli argomenti di cui alle lettere 2) e 3) considerato che la mancata trascrizione delle parti significative della sentenza del 1962 non consentono di superare l'affermazione della sentenza laddove avrebbe riconosciuto il diritto di proprietà dell'attore sul bene conteso in virtù del testamento olografo del suo dante causa, precedente proprietario del bene. c) Non pertinente è, altresì, l'argomento di cui alla lettera 4) in quanto la sentenza non ha richiamato la domanda riconvenzionale per ritenere attenuato l'onere probatorio della proprietà, ma in relazione prova della coincidenza del bene di cui l'attore aveva affermato di essere proprietario con quello posseduto dai convenuti, d) infondato è l'argomento di cui alla lettera 5) perchè ai sensi dell'art. 1146 cod. civ., comma 1, il possesso continua nell'erede con effetto dall'apertura della successione e conseguentemente, l'attore, nonostante la qualità di erede gli sia stata riconosciuta nel 1962, è succeduto nel possesso dei beni alla morte del de cuius. Per altro, è del tutto irrilevante che abbia posseduto o detenuto i beni nel periodo intermedio. A sua volta è questione nuova quella secondo cui il de cuius non avesse il possesso dei beni dei quali la sentenza aveva accertato la proprietà e) l'ulteriore doglianza di cui al n. 6) è infondata, atteso che la sentenza ha affermato che in primo grado non era stata contestata la coincidenza tra il fondo rivendicato e quello posseduto dai convenuti e ai fini della coincidenza appare pertinente l'argomento relativo alla proposizione della riconvenzionale nei confronti dell'attore mentre l'argomento che richiama il giudizio possessorio costituiva un ulteriore e non necessario elemento a fondamento del convincimento espresso dal giudice. f) Ed, infine, la questione di cui al n. 7) non attinge la ratio decidendi della sentenza sul punto della prova della proprietà acquisita dall'attore nel 1962.
3.- Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano - come da rubrica - l'omessa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia violazione di legge ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in relazione alla domanda riconvenzionale spiegata dai coniugi C. P. e relativo alla ritenuta impossibile applicazione - dell'art. 1146 c.c., alla errata valutazione delle prove per essere state valorizzate quelle emerse in un giudizio possessorio che non aveva nessuna rilevanza sotto il profilo della prova del possesso ad usucapionem, alla errata valutazione delle prove allorchè, accertata l'applicazione dell'usucapione speciale si è esclusa la configurazione di detto possesso: le tesi sostenute dagli appellanti nel citato giudizio possessorio; le risultanze delle prove espletate in detto giudizio; l'aver utilizzata la testimonianza di un teste del quale era stata eccepita l'incapacità a deporre: l'aver ritenute inattendibili tutte le deposizioni raccolte in un giudizio possessorio nel quale, forse anche per mere esigenze difensive del momento, i coniugi avevano sostenuto risalisse al 1978 il loro possesso: l'avere apoliticamente escluso che, nel sostenere che il possesso risalisse al 1978, esso potesse decorrere dall'1.1.1978 dando per scontato che esso dovesse essere sorto, comunque in epoca successiva. Avrebbe errato la corte barese, secondo i ricorrenti nel non aver riconosciuto l'acquisto del fondo di cui si dice per possesso ultraventennale. A) Intanto, tutti i testi avevano riferito che il possesso dei coniugi C.P. proveniva dalla dismissione in loro favore di quello precedente dello zio della P., P.M.. B) La Corte di Bari non avrebbe dovuto utilizzare le mere asserzioni difensive che "gli odierni ricorrenti per comodità ed esigenze difensive avevano sostenuto in un distinto giudizio possessorio che intervenuto ad istanza di terzi per contestare la" decorrenza del possesso esercitato dai coniugi C.P. e per affermare che non era dal 1976, ma dal 1978 che costoro al massimo avrebbero" iniziato a possedere il fondo", considerato che la prova: dell'usucapione doveva essere fornita in questo giudizio e non, invece, in quello nel quale si controverteva del possesso relativo all'anno precedente. C) La Corte barese ha utilizzato testimonianze per le quali era stata eccepita l'incapacità e si era chiesto che venissero dichiarate nulle.
Concludono i ricorrenti affermando che "si è in presenza di un'inammissibile quanto incomprensibile ed immotivata serie di violazioni di legge e di omesse e contraddittorie motivazioni su aspetti decisivi del giudizio, che vanno ben oltre l'erroneità della pronuncia".
3.1.= Anche questa censura non coglie nel segno e non può essere accolta.
3.1.a).= Va qui precisato che il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 cod. proc. civ., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può, invece, consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di legittimità il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, al quale, soltanto, spetta d'individuare le fonti del proprio convincimento e, a tale scopo, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione.
3.1.b.= Ora, nel caso in esame, la Corte barese ha escluso che i coniugi C.P. avessero posseduto il bene in questione per il tempo necessario al verificarsi dell'usucapione, in ragione delle risultanze istruttorie, comprensive anche delle risultanze di un precedente giudizio possessorio avente ad oggetto lo stesso bene della presente controversia, acquisite al processo, valutate complessivamente e nel loro insieme.
La valutazione complessiva delle risultanze istruttorie ha consentito alla Corte barese, intanto, di affermare che: a) non vi era prova alcuna della trasmissione d?l possesso da parte di P.M. ai coniugi attuali ricorrenti; b) non erano state spiegate neppure le modalità giuridiche di trasmissione del possesso: c) non vi era la prova che P.M. (che si affermava, essere il dante causa degli appellanti, attuali ricorrenti) avesse posseduto il fondo in questione e per quanto tempo lo avesse posseduto. La Corte barese, altresì, dopo attenta analisi delle risultanze istruttorie sulle quali si è soffermata a lungo: a) spiegando i rapporti tra le diverse prove acquisite e le ragioni per le quali alcune risultanze istruttorie dovevano ritenersi attendibili (le deposizioni dei testi in questione - scrive la Corte barese - si armonizzano con le risultanze del giudizio possessorio), b) ha analizzato interpretato e ha ritenuto inattendibili le deposizioni dei testi indicati dai coniugi C.P., perveniva alla conclusione che il possesso dei coniugi C.P. non era iniziato prima del 1981. Pertanto, è consequenziale, logica e coerente, l'affermazione conclusiva della Corte barese secondo la quale "dall'analisi globale di tutte le risultanze processuali non è risultato sufficientemente provato l'assunto difensivo dell'appellanti principali (odierni ricorrenti) secondo cui nel momento in cui era stata esercitata l'azione di rivendica da parte del S. erano trascorsi i quindici anni necessari per il perfezionamento della vicenda acquisitiva ex art. 1159 bis cod. civ.".
In definitiva, il ricorso va rigettato e i ricorrenti condannati in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione che verranno liquidate con il dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 3.200,00 di cui Euro 3.000,00 per onorari oltre spese generali e accessori come per legge.



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