18 Settembre 2012

Cass. civ. Sez. II, Sent., 21-05-2012, n. 8001

SIMULAZIONE NEI CONTRATTI SUCCESSIONE necessaria TRASCRIZIONE

SIMULAZIONE NEI CONTRATTI SUCCESSIONE necessaria TRASCRIZIONE

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 30 giugno 2006 M.M. (coniugata H.) evocava, dinanzi al Tribunale di Bolzano - Sezione distaccata di Bressanone, A.H., vedova M., esponendo che M.P. e la sua prima moglie, P.M., rispettivamente padre e madre dell'attrice, erano comproprietari per metà indivisa di immobile sito in (OMISSIS) e che la madre era deceduta il 3.2.1971, senza lasciare testamento, per cui la sua metà si era trasferita per 2/14 cadauna ai suoi tre figli nati dal matrimonio, tra cui l'attrice, mentre una ulteriore quota di 1/14 si era trasferita al figlio nato fuori dal matrimonio, quota poi acquistata dall'attrice. Aggiungeva che il padre, M.P., risposatosi dopo la morte della prima moglie, con A.T., aveva ceduto con contratto di compravendita del 19.5.1976 la sua quota di metà indivisa del bene alla seconda coniuge per il prezzo di L. 10.000.000, non corrispondente al reale valore di mercato dell'immobile, di molto superiore, senza peraltro lasciare nulla ai figli legittimi al suo decesso, avvenuto il 21.6.1996. Proseguiva affermando che tra gli eredi M. - P. e gli altri comproprietari dell'immobile era stato introdotto procedimento per la divisione giudiziale del bene, contenzioso che veniva concluso con atto di transazione del 12.4.2007 con il quale veniva concordato di vendere insieme e stragiudizialmente l'intero immobile per il prezzo di Euro 670.000, circostanza dalla quale emergeva evidente che il valore indicato nell'atto pubblico del 19.5.1976 era almeno dieci volte inferiore al valore indicativo della quota di proprietà del bene, oltre al fatto che, provenendo la A. da famiglia povera e non avendo mai lavorato, nulla poteva avere corrisposto per l'acquisto. Tanto premesso chiedeva accertarsi che il contratto di vendita del 19.5.1976 dissimulava un contratto di donazione ex art. 1414 c.c. e comunque costituiva donazione indiretta ovvero, in subordine, un negotio mixtum con donazione e quindi occorreva imputare mediante collazione la donazione fatta dal de cuius M.P. a norma dell'art. 637 c.c., e segg., nonchè ridurre la donazione fino all'integrazione della legittima spettante all'attrice; accertare e dichiarare che all'attrice spettava la quota di legittima di 1/6 dell'eredità del padre, previa formazione della massa ereditaria ex art. 555 c.c., e segg., con conseguente condanna della convenuta al pagamento di detta quota in danaro in favore dell'attrice.
Instaurato il contraddittorio, nella resistenza della convenuta, a quale eccepiva preliminarmente la incompetenza del giudice adito ex art. 50 bis c.p.c., nonchè la nullità della citazione per mancanza dei requisiti di cui all'art. 163 c.p.c., nn. 3 e 4, nel merito, la rinuncia tacita all'azione promossa da parte dell'attrice con la sottoscrizione della transazione del 12.4.2006, intervenuta nell'ambito del giudizio di divisione giudiziale, cui era stata parte la stessa convenuta nella qualità di comproprietaria del bene, il Tribunale adito rigettava la domanda attorea.
In virtù di rituale appello interposto da M.M., con il quale lamentava la contraddittorietà della motivazione in ordine alla rinuncia tacita all'azione di riduzione, la Corte di appello di Trento - Sezione distaccata di Bolzano, nella resistenza dell'appellata, rigettava il gravame.
A sostegno della decisione la corte distrettuale evidenziava che la rinuncia all'integrazione di legittima non richiedeva la forma scritta, a differenza della rinuncia all'eredità, giacchè la qualità di erede si acquisiva solo con la sentenza di accoglimento della domanda di riduzione. Alla luce di ciò affermava che l'accordo conciliativo del 12.4.2006, concluso ne corso del procedimento di divisione riguardante l'immobile in contesa, nel quale veniva riconosciuta la proprietà indivisa del bene, fra cui erano da ricomprendere le odierne parti processuali, costitutiva riconoscimento espresso e senza riserve del diritto di comproprietà delle parti sull'immobile, per cui era logicamente e giuridicamente incompatibile con un'azione di riduzione contro il contratto di compravendita del 19.5.1977, con il quale la A. aveva acquistato la sua quota da M.P..
Aggiungeva che non risultava promossa nella specie alcuna azione di ripetizione di cui all'art. 2038 c.c. in collegamento con il R.D. n. 499 del 1929, art. 8, non essendo stati nè accennati nè proposti i fatti costitutivi della predetta pretesa, in merito alla quale non era stata annunciata alcuna riserva nell'accordo conciliativo, suddiviso fra i comproprietari il ricavato della cessione concordata dell'immobile.
Avverso l'indicata sentenza della Corte di appello di Trento - Sezione distaccata di Bolzano ha proposto ricorso per cassazione la M., che risulta articolato su due motivi, al quale ha resistito la A. con controricorso.
Parte resistente ha anche depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art. 111 c.c., nonchè degli artt. 555 e 713 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, difettando nella specie tutti i presupposti giuridici e fattuali per l'affermazione della sussistenza di una rinuncia tacita alla legittima. Precisa la ricorrente che la dichiarazione resa nell'accordo transattivo era non altro che un prendere atto della circostanza che la A. fosse comunque proprietaria pro indiviso di una parte dell'immobile de quo, come risultava dai dati ufficiali del libro fondiario. Del resto non era mai sorta ed esistita una comunione ereditaria tra e parti in contesa rispetto all'immobile de quo.
Il motivo è privo di fondamento.
Le censure con esso formulate si sostanziano, a ben vedere, nel criticare la valutazione che i giudici di merito hanno dato dell'idoneità dell'accordo transattivo nel definire la controversia fra le parti relativa alla divisione giudiziale del bene in contesa, a fornire un adeguato supporto alla tesi della tacita rinunzia dell'attrice all'azione di riduzione. Ma tale valutazione si sottrae all'invocato controllo di legittimità, poichè dall'esame del ragionamento svolto, quale esposto nella sentenza impugnata, emerge che la interpretazione in questione è stata dal giudice d'appello data sulla scorta di una motivazione adeguata, coerente, ed aderente a consolidati principi giurisprudenziali. Ed invero - in stretta aderenza al consolidato principio giurisprudenziale (cfr., tra le altre, Cass. 10 marzo 1961 n. 543; Cass. 3 gennaio 1966 n. 3; Cass. 8 ottobre 1971 n. 2771; Cass. 4 agosto 1995 n. 8611), che qui si ribadisce, secondo cui l'esecuzione volontaria delle disposizioni testamentarie lesive della legittima non preclude al legittimario l'azione di riduzione, salvo che egli abbia manifestato in modo non equivoco la volontà di rinunciare a far valere la lesione - il giudice d'appello ha rilevato, con valore assorbente rispetto ad ogni altra e pur fondata considerazione che l'accordo conciliativo intercorso fra le medesime parti, poi seguito dalla distribuzione del ricavato della vendita, senza che la ricorrente - appellante formulasse alcuna riserva al riguardo, ben consapevole della lesione che la cessione della quota di proprietà del bene da parte del padre, deceduto il (OMISSIS), avesse maturato ai suoi danni, esprimesse, inequivocamente, la sua volontà di rinunciare a far valere il diritto alla reintegrazione della quota di eredità per legge riservatale. Ciò soprattutto se si considera la natura transattiva dell'accordo del 12.4.2007 che aveva ricostruito i rispettivi diritti.
Ed a tali argomentazioni cedono le censure tutte svolte col motivo in esame.
Con il secondo motivo viene denunciata la violazione e falsa applicazione dell'art. 2038 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per non avere la ricorrente mai preteso una quota in natura dell'immobile di proprietà del padre, dallo stesso ceduto alla seconda moglie, essendo fin dall'inizio ella a conoscenza dell'avvenuta vendita dell'immobile a terzi, per cui ha chiesto solo di vedersi riconosciuta la sua quota di legittima, con condanna della A. a corrisponderle l'equivalente in danaro.
Dall'impostazione che precede discende l'infondatezza anche di detto motivo che nel criticare la decisione impugnata mostra di non coglierne la ratio decidendi, che si rifà alla incompatibilità logica e giuridica dell'azione di riduzione con l'accordo conciliativo de 12.4.2006 e contro a compravendita del 19.5.1977, alla quale resta come fattore estraneo l'azione di ripetizione di cui all'art. 2038 c.c., quanto ai fatti costitutivi della pretesa che alla genericità del motivo di appello, su cui pure - con doppia motivazione, dunque - poggia la specifica decisione censurata, come mera argomentazione di rafforzamento del convincimento sopra esposto.
Peraltro la predetta censura risulta superflua anche sotto altro profilo: riguardo ai beni ancora soggetti al regime tavolare, nelle provincie già austro-ungariche, l'efficacia costitutiva della iscrizione od intavolazione è limitata agli atti fra vivi e non è estensibile ai trasferimenti per successione ereditaria (o agli acquisti a titolo originario, come l'usucapione) (cfr., fra le altre, Cass. 21 marzo 1979 n. 1628; Cass. 17 aprile 1993 n. 4564; Cass. 23 marzo 1995 n. 3370).
Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente va condannata alle spese di questo grado di giudizio, liquidate come nel dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori, come per legge.



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