18 Settembre 2012

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 23-02-2012) 23-04-2012, n. 15486

VIOLENZA SESSUALE

VIOLENZA SESSUALE
Svolgimento del processo

Con sentenza in data 6 giugno 2005 il Tribunale di Lanciano ha condannato il Sig. D.G. alla pena di due anni e 10 mesi di reclusione, oltre risarcimento alla parte civile costituita dei danni quantificati equitativamente in 10.000,00 Euro, perchè colpevole del reato previsto dagli artt. 81, 610, 582-585 e 609-bis c.p., esclusa la circostanza aggravante prevista dall'art. 61 c.p., n. 2.
Il Tribunale ha ritenuto pienamente attendibile il racconto della persona offesa. Costei ha riferito che dopo una serie di episodi di minacce e assillanti proposte di matrimonio, per i quali era stata costretta a denunciare l'uomo per molestie, il (OMISSIS) il Sig. D.G. l'aveva seguita in auto e quindi, dopo averla costretta a bloccare la propria vettura, l'aveva aggredita bloccandole le braccia, cercando di baciarla e palpeggiandole il seno e le natiche, per poi l'aveva strattonata con violenza causandole lievi abrasioni alle braccia.
La Corte di Appello ha ritenuto infondate le censure dell'appellante in ordine alla ricostruzione dei fatti e alla sussistenza della mera ipotesi tentata; ha, poi, considerato che la condotta persecutoria e vessatoria tenuta dall'appellante nei confronti della persona offesa impediscano di qualificare il fatto come lieve e di concedere le circostanze attenuanti generiche.
Il Sig. D.G. ha presentato ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello e avverso l'ordinanza dibattimentale del 26 Novembre 2010 che ha ammesso la parte civile a produrre nuova documentazione.
In sintesi il ricorrente lamenta:
1. Errata applicazione di legge e vizio di motivazione ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) con riferimento all'ammissione al fascicolo processuale dell'ordinanza cautelare emessa dal Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Chieti per il reato di stalking; si tratta di documento acquisito in violazione dell'art. 234 c.p.p. che ha avuto riflessi sulla ricostruzione complessiva della vicenda e sulla determinazione della pena;
2. Vizio di motivazione per avere i giudici di merito ritenuto le dichiarazioni della persona offesa attendibili e riscontrate dagli esiti di accertamenti medici, mentre no affronta le contraddizioni emergenti fra tali dichiarazioni e quelle del brig. L. (pagg. 4- 6 del ricorso);
3. Vizio di motivazione per travisamento del fatto in quanto il racconto della persona offesa appare contraddittorio circa la condotta del ricorrente e circa la concreta offesa alle zone erogene della donna e in quanto la stessa persona offesa ha ammesso(pagg.l2- 13 del ricorso) di non avere immediatamente raccontato l'episodio nella sua interezza e di averlo fatto solo il giorno successivo;
4. Vizio di motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio per avere i giudici di appello affermato di negare l'applicazione dell'art. 609-bis c.p., comma 3 fattispecie che i giudici di primo grado hanno riconosciuto esistente, ed avere immotivatamente negato una più lieve sanzione;
5. Vizio di motivazione con riferimento alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche.

Motivi della decisione

La Corte ritiene che i motivi di ricorso siano manifestamente infondati.
1. Non sussiste alcuna violazione di legge a seguito dell'acquisizione della misura cautelare emessa in altro procedimento a carico del ricorrente per fatti che trovano una logica correlazione con quelli oggetto del presente procedimento. Come questa Corte ha più volte affermato, la misura cautelare e altri provvedimenti emessi dal giudice rappresentano documenti legittimamente acquisibili e destinati a fornire prova di quanto avvenuto nella sede procedimentale in cui l'ordinanza, il decreto o la sentenza non irrevocabile sono stati emessi, mentre per il loro carattere intraprocedimentale e non definitivo non possono essere valutati ai fini come prova dei fatti oggetto del procedimento principale (per tutte, Sezione Quarta penale, sentenza n. 9797 del 2000, Reina, rv 218315; Sezione Quinta Penale, sentenza n. 46193 del 2004, PG in proc. Tripodi, rv 230457; Sezione Terza Penale, sentenza n. 16038 del 206, De Pompa, rv 234201; Sezioni Unite Penali, sentenza n. 33748 del 2005, Mannino, rv 231677).
Ora, nel caso in esame la misura cautelare risulta valutata dai giudici di appello con riferimento alle dichiarazioni della persona offesa e, in particolare, al suo racconto circa la denuncia dell'esistenza di condotte persecutorie dell'imputato, con la conseguenza che i giudici hanno ritenuto di valutare la condotta complessiva dell'imputato e di inquadrare il singolo episodio all'interno del più grave contesto facendo riferimento non tanto all'avvenuta emissione della misura cautelare quanto al contenuto delle parole della persona offesa, del quale l'avvenuta emissione dell'ordinanza rappresenta uno specifico riscontro.
2. Quanto ai motivi di ricorso che concernono l'errata valutazione del materiale probatorio, la Corte rileva che la pur sintetica motivazione dei giudici di appello non appare affetta da vizio logico. Lo stesso materiale probatorio incluso nel ricorso e portato a fondamento delle censure mosse col secondo e terzo motivo non appare logicamente incompatibile con la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito. A tale proposito la Corte deve richiamare i principi interpretativi fissati dalla giurisprudenza, secondo i quali il giudizio di legittimità non può avere ad oggetto un nuovo esame del materiale probatorio e la verifica di una diversa possibile ricostruzione dei fatti, attività devoluta ai giudici di merito, ma solo il controllo circa l'assenza di vizi essenziali del percorso argomentativo con cui i giudici di merito hanno supportato la ricostruzione dei fatti e la qualificazione giuridica adottate e hanno escluso la prevalenza delle diverse possibili ipotesi ricostruttive prospettate dalle difesa.
L'esistenza di una diversa sfera di giudizio assegnata dalla legge alla sede di legittimità è principio affermato in modo condivisibile fino dalla sentenza delle Sezioni Unite Penali, n. 2120, del 23 novembre 1995-23 febbraio 1996, Fachini (rv 203767).
Una dimostrazione ulteriore della sostanziale differenza esistente tra il giudizio di merito e di legittimità può essere ricavata, tra l'altro, dalla motivazione della sentenza n. 26 del 2007 della Corte costituzionale, che (punto 6.1), argomentando in ordine alla modifica introdotta dalla L. n. 46 del 2006 al potere di impugnazione del pubblico ministero, afferma che la esclusione della possibilità di ricorso in sede di appello costituisce una limitazione effettiva degli spazi di controllo sulle decisioni giudiziali in quanto il giudizio avanti la Corte di cassazione è "rimedio (che) non attinge comunque alla pienezza del riesame di merito, consentito (invece) dall'appello". Se, dunque, il controllo demandato alla Corte di cassazione non ha "la pienezza del riesame di merito" che è propria del controllo operato dalle corti di appello, ben si comprende come il nuovo testo dell'art. 606 c.p.p., lett. e), come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8, comma 1, lett. b) non autorizzi affatto il ricorrente a fondare la richiesta di annullamento della decisione di merito sulla istanza di una nuova ricostruzione della vicenda oggetto di giudizio. In conclusione, come precisato dalla sentenza della Sezione Sesta Penale, n. 22256 del 2006, Bosco, rv 234148, resta "preclusa al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti".
Palese, dunque, la inammissibilità dei motivi proposti dal ricorrente.
3. Venendo al trattamento sanzionatorio, la Corte rileva che non illogicamente i giudici di appello hanno valutato la condotta del ricorrente nel più grave contesto riferito dalla parte offesa e hanno considerato, alla luce di questo, che le circostanze attenuanti generiche non siano concedibili e che la pena non possa essere ridotta oltre la diminuzione conseguente la estinzione dei reati "minori" a seguito di prescrizione. Tale valutazione, che attiene alla sfera di attribuzione del giudice di merito, non risulta inficiata dalla non felice motivazione offerta dalla Corte di Appello con riferimento alla concessa attenuante del fatto di minore gravità e per la concessione delle generiche (si tratta di implicito rinvio alla pag. 5 della motivazione della sentenza di primo grado): dal complesso motivazionale risulta, infatti, evidente che in nessun caso la Corte stessa avrebbe valutato i fatti meritevoli di sanzione più contenuta. In effetti, a pagina 5 della sentenza del tribunale e nel dispositivo della stessa emerge con chiarezza che i giudici di primo grado hanno ricondotto i fatti all'interno della previsione di minore gravità ma non ritenuto applicabili le circostanze attenuanti generiche alla luce della pervicacia denotata dall'imputato nell'infliggere tormenti alla persona offesa.
Così ricostruito il percorso motivazionale della sentenza impugnata, appare evidente che il motivo di ricorso esula dalle attribuzioni del giudice di legittimità e risulta manifestamente infondato.
5. Sulla base delle considerazioni fin qui svolte il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio.
Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.
6. Alla riconosciuta inammissibilità del ricorso consegue, altresì, la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che liquida in complessivi 2.500,00 Euro oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, nonchè al versamento della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende e alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che liquida i complessivi Euro 2.500,00 oltre accessori di legge.



Archivio »